
Finalmente il “grande sogno” si è rimesso in moto: il ponte sullo Stretto di Messina. Non un ponte, ma Il Ponte, con la maiuscola da decreto imperiale, con l’enfasi liturgica che un tempo spettava ai concili ecumenici. Mosè separava le acque, noi le ricollegheremo. È la promessa: lo Stretto diventerà una passerella, e gli automobilisti calabresi e siciliani solcheranno il mare come novelli Poseidoni armati di SUV.
Ma più che al mito, il progetto rimanda a una fiaba alla Calvino: “Il ponte non è sostenuto da questa o quella pietra, ma dalla linea dell’arco che esse formano”. Peccato che qui la linea dell’arco non sia matematica ma puramente politica, un grafico a campana che sale e scende a seconda delle urne. Ogni elezione porta con sé il miracolo del ponte: prima annuncio, poi rendering, e infine il solito maquillage propagandistico dell’opera “che porterà sviluppo, occupazione, turismo”. Lo stesso ritornello che da quarant’anni giace in naftalina.
È il rosario della modernità: basta recitarlo e il progresso si materializzerà. Intanto i treni regionali arrancano come muli zoppi, gli ospedali mancano di bende e i giovani partono con biglietto di sola andata: e chi attraverserà, un domani, questo titanico nastro d’asfalto? Gli anziani superstiti che già oggi faticano a salire sul pullman?
Qualcosa si realizzerà sul serio e ciò basti agli scettici. Se ne parlava da decenni. Un ponte proprio lì in quel punto, come un indice puntato a cancellare la dismisura, a scavalcare le disuguaglianze, ma fino ad oggi non c’era verso di venirne a capo. Bradisismi, peculiarità territoriali, logistiche di esproprio, impatti ambientali e cazzotti negli occhi opponevano un veto quasi religioso.
Credo che l’infelice risoluzione di questo conflitto derivi finalmente dal desiderio di lasciare un segno, un istinto da “primati”: Es freudiano e Guinness da Papete in un cocktail stringente.
Ora, il ponte, ci assicurano, sarà antisismico. Qui la risata è d’obbligo. Siamo pur sempre sullo Stretto, dove anche le pietre ballano. A Reggio si racconta che Scilla e Cariddi abbiano già inviato diffida formale, temendo di perdere il monopolio della paura. Immaginate lo scenario: i piloni oscillanti, il vento dello Stretto che ulula come in un coro wagneriano, e dall’altra parte la Sicilia che ride, pensando che ad avere il mal di mare bastava un traghetto, due corse in più, e un biglietto meno salato.
Eppure la retorica insiste: “Il ponte sarà la nostra immagine nel mondo”. Lo sarà, certo: l’immagine di un Paese che costruisce cattedrali nel deserto e intanto lascia crollare le sacrestie. Di un Sud che non ha acqua nei rubinetti ma avrà un viadotto da Guinness. Di un’Italia che sogna il ponte per dimenticare di non avere più né strade né fondamenta.
Quanto a me, mi fido poco dei caffè, dei nasi e dei ponti troppo lunghi. Nello specifico, i ponti materiali crollano al primo terremoto, mentre quelli metaforici alla prima ondata di retorica.
E se proprio vogliamo un ponte, che sia tra cittadini e istituzioni, tra giovani e lavoro, tra sogni e realtà. Perché senza questi, il ponte sullo Stretto non sarà che un magnifico arco di fumo: dissolto prima ancora che posato.




