Manzoni ci ha insegnato a diffidare degli azzeccagarbugli vale a dire di coloro che scrivono o dicono una cosa per poi volerne fare un’altra. Don Abbondio è l’antesignano, il precursore della categoria che, ahimè infesta il nostro orizzonte politico. Egli si piegò alle minacce dei bravi di don Rodrigo e, con incomprensibili parole latine, respinse Renzo pur di non celebrarne il matrimonio. In verità lo accolse con cortesia, ma lo cacciò quando capì che il filatore di seta, contadinotto a tempo perso, era solo una vittima del potere.
Quella lezione manzoniana è oggi di stringente attualità, soprattutto in riferimento al prossimo referendum del 22-23 marzo. Si i tempi sono cambiati, ma l’arte dell’inganno resta: oggi è più raffinata, si esercita dentro le stesse norme di legge!
La cosiddetta separazione delle carriere dei giudici ne è un esempio emblematico. Chi governa scrive una cosa per ottenerne un’altra e presenta la riforma come necessaria per migliorare la giustizia, ma le motivazioni addotte non reggono. Si sostiene che serva a:
– abolire le correnti;
– eliminare gli errori giudiziari;
– garantire la terzietà.
Ebbene, sono argomenti inconsistenti in quanto nessuna legge può abolire le correnti, che sono naturali e libere aggregazioni presenti in ogni ambito associativo – siano essi partiti, sindacati, ordini professionali – perché sensibilità diverse consentono diverse visioni ed interpretazioni e garantiscono così scelte oculate. Anzi la riforma le moltiplicherà: al posto di un Consiglio Superiore se ne prevedono due, uno per i giudicanti e uno per i requirenti, generando nuove e più forti divisioni.
Gli errori umani non si eliminano per legge: solo chi non agisce non sbaglia, ma – come ricorda Dante – chi non sceglie e non agisce è destinato all’Antinferno. Colpisce poi l’uso strumentale di singoli casi giudiziari per colpire una magistratura che ha pagato, anche con il sangue, la difesa dello Stato democratico.
Quanto alla terzietà, essa non nasce da una norma, ma dalla formazione etica e morale nell’esercizio della funzione. Emblematica è la rappresentazione propagandistica dei PM come arbitro di una partita: la giustizia non è uno sport e gli arbitri, come tutti, sbagliano.
Quando l’inconsistenza delle motivazioni è divenuta evidente, gli stessi promotori della riforma si sono traditi, arrivando ad affermare che la legge non serve a migliorare la giustizia. E allora perché è stata imposta, con votazioni blindate e senza un serio confronto parlamentare, modificando articoli fondamentali della Costituzione?
Si nega di voler punire la magistratura, ma i fatti raccontano altro: si indebolisce un potere dello Stato per ridimensionare la divisione dei poteri – legislativo, esecutivo e giudiziario – che è il fondamento delle democrazie moderne.
Si proclama l’autonomia e l’indipendenza della magistratura, ma nello stesso tempo la si spezza, dividendone l’ordine in due. E questo è un vulnus grave.
Questo disegno non nasce oggi e non viene da chi ha combattuto per la libertà contro il fascismo. Nasce da una cultura che ha sempre visto nel controllo dei giudici un ostacolo al potere politico. Oggi ciò viene persino dichiarato: limitare l’impulso alle indagini del PM, ricondurre la polizia giudiziaria sotto il controllo ministeriale, ridurre i poteri di controllo della Corte dei Conti. E queste non sono fantasie: è scritto nelle norme e ormai affermato apertamente.
Chi sostiene il NO non annuncia la fine del mondo, legge le leggi, ne valuta gli effetti e ne denuncia le conseguenze. Una magistratura condizionata, un esecutivo sempre più predominante, l’orizzonte del premierato. Una prospettiva che richiama lo spettro e le forme di Stato autoritario.
La Repubblica, in questi ottant’anni, ha conosciuto diseguaglianze e ingiustizie, ma non per colpa della Costituzione: sono il frutto di politiche che non l’hanno attuata. La Costituzione non va scardinata. Va applicata.





