SEPARAZIONE DELLE CARRIERE: COSA C’È DIETRO LA RIFORMA
La nostra repubblica ha molte criticità sul piano sociale ed economico che non sono il frutto di principi costituzionali bensì il risultato della loro mancata attuazione e delle resistenze di poteri che oggi tornano a pesare sulle scelte politiche

1. Le giustificazioni ufficiali non convincono
2. Le vere intenzioni emergono dalla parole del Governo
3. Un colpo all’equilibrio costituzionale
4. Un disegno più ampio
5. Non allarmismo ma lettura dei fatti
6. La posta in gioco

Dietro la riforma costituzionale sulla cosiddetta separazione delle carriere dei magistrati si nasconde molto più di quanto dichiarato ufficialmente. Le motivazioni addotte dal Governo – maggiore efficienza, terzietà e riduzione degli errori – non reggono ad un’analisi attenta dei testi e delle stesse dichiarazioni dei suoi promotori.

Le giustificazioni ufficiali non convincono
La riforma viene presentata come strumento per eliminare le correnti della magistratura. Ma esse non si cancellano per legge: esistono in ogni ambito associativo. Al contrario, la creazione di due Consigli Superiori, uno per i giudici e uno per i pubblici ministeri, rischia di moltiplicarle. Si sostiene poi che la riforma ridurrebbe gli errori giudiziari. E’ un’illusione. Gli errori sono connaturati all’attività umana e non possono essere eliminati per decreto. Colpire l’autonomia della magistratura usando singoli casi di cronaca significa ignorare il ruolo svolto da tanti magistrati che hanno pagato con la vita la difesa dello Stato e della legalità. Infine la terzietà del giudice non dipende dall’organizzazione delle carriere ma dalla formazione della cultura giuridica e dall’etica professionale. Ridurre il processo ad una metafora sportiva è una semplificazione fuorviante.

Le vere intenzioni emergono dalle parole del Governo
A smentire la propaganda sono arrivate le stesse dichiarazioni di esponenti governativi. Il Ministro della Giustizia ha affermato pubblicamente che la riforma non nasce per migliorare la giustizia. Una Sottosegretaria ha definito “cretino” chi sostiene il contrario. Se non serve a migliorare la giustizia, perché è stata imposta con voti di fiducia e senza un vero confronto parlamentare? La risposta va cercata negli effetti reali della riforma.

Un colpo all’equilibrio costituzionale
La Costituzione stabilisce che la magistratura è un organo autonomo ed indipendente da ogni altro potere. La riforma lo ribadisce formalmente, ma nei fatti ne mina l’unità, separando magistratura giudicante e requirente. Questa divisione non è neutra, indebolisce l’ordine giudiziario ed apre la strada a forme di controllo politico sulla azione penale. E’ un passaggio che incide direttamente sulla separazione dei poteri, uno dei pilastri delle democrazie moderne.

Un disegno più ampio
Le dichiarazioni di diversi esponenti della maggioranza chiariscono il quadro. Si parla di limitare l’iniziativa del pubblico ministero, di riportare la polizia giudiziaria sotto il controllo ministeriale, di ridurre i poteri di controllo della Corte dei Conti. Alcuni di questi interventi sono già realtà.

Non allarmismo ma lettura dei fatti
Chi critica questa riforma non fa allarmismo. Si limita a leggere i testi approvati e ad ascoltare le parole di chi li ha voluti. Dopo una fase iniziale di argomentazioni rassicuranti, oggi le finalità reali vengono ammesse apertamente.
La posta in gioco La nostra repubblica ha molte criticità, sul piano sociale ed economico, ma non sono il frutto dei principi costituzionali. Sono piuttosto il risultato della loro mancata attuazione e delle resistenze di poteri che oggi tornano a pesare sulle scelte politiche. La Costituzione non va smontata pezzo per pezzo. Va applicata.

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