RINNOVO DEL CONSIGLIO REGIONALE
Fatti e misfatti non definibili diversamente si susseguono un giorno dopo l'altro nell'indifferenza e nell'ignavia di una popolazione che non batte più ciglio neanche difronte alle malefatte di una classe politica arrogante

TRA CAZZARI E CAZZIMISTI SI FUTTIRONO A PAPÀ

Malgrado la precaria situazione in cui versa la nostra regione imperversano i giochini di palazzo e gli interessi di partito e degli amici. Nella nostra terra, desolata da sempre, ma travagliata ancor di più dopo il decentramento amministrativo – legge nr. 281 del 16 maggio ’70 – la repubblichina bruzia ispira mesti de profundis, malgrado i pomposi slogans del cazzaro di turno.

di Renato Borelli  | 05 Settembre 2025

Prima di scendere ai particolari è necessario che – con l’aiuto dell’Accademia della Crusca e della Treccani –  dia, a scanso di equivoci, significato ai due termini di cazzaro e cazzimista.

Cazzaro, sta nel dialetto romano per fanfarone, spaccone, millantatore di presunte capacità e successi. Cazzimista, invece, è un derivato di cazzimma, parola del dialetto napoletano che descrive un atteggiamento che può essere sia negativo (malizia, opportunismo) sia positivo riferendosi a furbizia, scaltrezza e capacità di trionfare anche in situazioni difficili.

Ebbene miei lettori, dopo più di mezzo secolo di regionalismo questa regione – che ha avuto un iter molto travagliato, addirittura iniziato nel 1860 – continua a navigare tra i marosi della devoluzione, checchè ne dicano i cazzari ed i cazzimisti bianchi, verdi, rossi e rosè che si sono alternati al timone di un naviglio alla deriva.

In verità in questo mezzo secolo è avvenuto di tutto: lo Stato regionale, come pensato e voluto dai padri fondatori, è stato cancellato da ogni intenzione e disegno politico dando la stura ad un federalismo ossessivo per cui il decentramento ipotizzato per avvicinare lo Stato ai cittadini, è divenuto invece regionalismo differenziato, mero appannaggio che ha e sta legittimando l’esistenza di cittadini di serie A e di serie B e non di meno di due Italiette.

Ed è stato un bell’andare tra regionalismo ordinario, in attesa di quello differenziato – tanto caro a Calderoli – che lascia presagire un bello ancora da venire. Per intanto le strutture ministeriali sono rimaste immutate, duplicate sulle regioni ed affiancate a quelle dei comuni e delle province; le inefficienze hanno superato ogni aspettativa e la corruzione ha raggiunto livelli mai registrati, insomma l’esatto contrario di quanto doveva avvenire: venti repubblichine in mano a governatori – fatte le dovute eccezioni – che non governano e che all’improvviso, mistero della fede, illuminati da divina luce, sono diventati inconcludenti menti pensanti.

E, poiché gli insuccessi sono spalmati su tutto il territorio, più marcatamente nel sud dove l’incultura democratica ha portato la classe dirigente locale a considerare le regioni nuovi centri di potere ed essi stessi demiurghi meritevoli di lauti stipendi ed appannaggi.

Mi sono lasciato prendere dalla foga dello scrivere e, pur non alzando il calice a brindare al regionalismo così ben interpretato da ciarlatani ed incapaci politicanti, in preda a vorticoso giramento degli zebedei, torno ai cazzari  e cazzimisti   di casa nostra, che hanno imperversato – e lo fanno ancora – per più di mezzo secolo  senza nulla concludere.

Praticamente dopo 55 anni dall’entrata in vigore di quella legge che istituì il decentramento amministrativo per essere più vicini ai bisogni dei cittadini, dopo 17 Presidenti – da Guarasci (9/6/70) ad Occhiuto (29/10/21) la regione Calabria grande, amara, desolata era e tale è rimasta fino ad oggi, malgrado la pletora di commissari. Non sono una persona che aderisce e studia le dottrine mistico-esoteriche focalizzate sul cammino spirituale verso la divinità, però devo riconoscere che il 17° presidente della regione bruzia, ha rassegnato le dimissioni pur non avendo “efficientato” la macchina burocratica regionale affetta da sindrome ipocinetica di prolungata immobilizzazione. Però anche noi cronisti abbiamo un cuore ed io, il mio l’ho lasciato ad Antonino Spirlì, vice presidente dopo la scomparsa della Santelli. Peccato che sia rimasto in sella solo per un anno perché la sua sagacia non ha mai avuto più riscontro nell’entourage politico regionale.

In questo magnifico orizzonte sicuramente la classe politica del Paese ha le sue responsabilità ma non è da meno la cecità di quella regionale. Campanilismo, clientelismo, ribellismo plebeo e piagnone, familismo amorale insieme a parentopoli e nepotismo sono comunque i peccati che si nascondono nelle pieghe della quotidianità.

Mi sovviene, a tal proposito una trasmissione “Quante storie” condotta da Corrado Augias qualche anno fa. Parlando di una indagine di Gratteri, mi pare fosse Basso Profilo relativa agli uddieccini nonché ad altri politici, ‘ndranghetisti ed affaristi e facendo anche riferimento al processo Rinascita Scott, in corso nell’aula bunker di Lamezia Terme, piaccia o non piaccia, espresse il suo giudizio sulla nostra terra: la Calabria è purtroppo una terra perduta, io ho il sentimento che la Calabria sia irrecuperabile. La frase sollevò ingiustificate reazioni e rispolverò il solito maschio calabro orgoglio, il sole, il mare ed il gran capolavoro del buon Dio.

Comunque bando alle ciance: fatti e misfatti non definibili diversamente fino a quando non vengono classificati come reati si susseguono, un giorno dopo l’altro, nell’indifferenza e nell’ignavia di una popolazione che non batte più ciglio neanche difronte alle malefatte di una classe politica arrogante, anzi si è chiusa a riccio non partecipando nemmeno al voto.

Il 5 ed il 6 di ottobre, si andrà a votare per eleggere il presidente della regione avendo Occhiuto – l’ultimo gioiello della corona – rassegnato le dimissioni con un anno di anticipo e ripresentatosi pur essendo sotto inchiesta. Una mossa di convenienza politica non di responsabilità istituzionale.

Beh, questa è la Calabria che non ti aspetti!   

LA CALABRIA MERITA RISCATTO E DIGNITÀ E QUESTA E’ LA VOLTA BUONA PER CONQUISTARLI 

Le elezioni regionali del 5 e 6 ottobre per rinnovare il consiglio regionale ed eleggere il nuovo presidente della Calabria possono segnare una svolta storica in una terra relegata dagli uomini al ruolo di Cenerentola d’Italia. E’ la volta buona per mettere all’angolo coloro i quali dopo mezzo secolo di insulso regionalismo l’hanno lasciata in panne.

di Angelo Falbo   | 05 Settembre 2025

E’ giunta l’ora del redde rationem: non solo per i politici dei quali si è sempre parlato e puntigliosamente annotati i risultati (?) ma anche per gli elettori calabresi che, a torto o a ragione, ormai da tempo disertano le urne. Qualsiasi giustificazione non regge: la posta è molto alta!
Non votare significherebbe rinunciare ad un diritto conquistato con fatica e rimanere passivi difronte a tutti i malanni che giornalmente denunciamo. Ma c’è pure il rovescio della medaglia: i soliti ignoti, arruolati a schiera, continuerebbero a fare pappa e ciccia con la politica.
E’ chiaro, quindi, che ricorrere all’assenteismo non fa certamente l’interesse di tutta la gente calabra. Ed è troppo facile lamentarsi dopo. Meditate gente: la vera partecipazione ai problemi di questa terra passa per le urne!!! E la Calabria ha urgente bisogno di un cambiamento radicale dei vertici.

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Si voterà quindi, il 5 e 6 ottobre per rinnovare il Consiglio Regionale e scegliere il nuovo Presidente della Regione. Saranno eletti 30 consiglieri e il Presidente, con turno unico e premio di maggioranza per chi otterrà più voti.

Tre i candidati in corsa:

  • Roberto Occhiuto (centrodestra, sostenuto da 7 liste)
  • Pasquale Tridico (centrosinistra, sostenuto da 7 liste)
  • Francesco Toscano (Democrazia Sovrana e Popolare)

Per ottenere rappresentanza, un’alleanza dovrà superare l’8% dei voti validi, mentre ogni singola lista dovrà raggiungere almeno il 4%. L’elettore potrà scegliere il candidato presidente, votare una lista collegata e indicare fino a due preferenze (un uomo e una donna).

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A parte ciò votare significa voltare pagina con la storia di sempre, con le promesse e gli inganni, gli annunci e gli slogan… ve lo ricordate l’ultimo? La Calabria che non ti aspetti…

Eccola: negli ultimi tre anni la regione ha visto peggiorare quasi tutti gli indicatori:

  • La sanità è al collasso, i pronto soccorso sovraffollati, liste d’attesa infinite e cittadini costretti a curarsi, se possibile, altrove;
  • la scuola registra alti livelli di abbandono e scarsi servizi;
  • i trasporti restano inadeguati;
  • il PNRR e i fondi europei rischiano di andare sprecati, senza sviluppo reale.

Ciò malgrado il nostro ex governatore, ad interim commissario alla sanità, mena vanto di aver sanato una piaga storica. 
E non è un caso se, in 22 anni, la Calabria ha perso circa 200mila abitanti: dai 2 milioni del 2002 agli 1,83 milioni di oggi. I giovani partono, perché non vedono prospettive di futuro. E quando i giovani emigrano, anche le nascite calano.

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Il caso Occhiuto
L’attuale presidente Roberto Occhiuto si è dimesso con un anno di anticipo, pur essendo sotto inchiesta, per ripresentarsi alle urne. Una scelta che molti hanno interpretato come una mossa di convenienza politica, più che di responsabilità istituzionale.
Durante i suoi quattro anni di governo, la Calabria ha continuato a soffrire gli stessi mali storici: sanità fragile, infrastrutture carenti, fondi spesi male o dispersi. A questo si aggiungono episodi preoccupanti sul fronte della legalità: incendi dolosi, minacce, attentati contro amministratori e cittadini impegnati.

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Tridico: una candidatura diversa

Con un semplice “Io ci sono”, Pasquale Tridico ha annunciato la sua discesa in campo. Per molti è una buona notizia.  Il suo profilo personale e professionale racconta di un uomo:

  1. che ha iniziato a lavorare giovanissimo,
  2. che ha costruito la sua carriera con competenza e sensibilità,
  3. che ha mostrato coerenza tra pensiero e azione,
  4. che non è un politico di carriera, ma una persona concreta e fattiva.

Docente universitario ed ex presidente dell’INPS, Tridico porta con sé un bagaglio di esperienza nel sociale e nell’economia del lavoro. Non a caso, la sua candidatura suscita interesse tra chi chiede alla Calabria una svolta vera.

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La Calabria tra sfiducia e necessità di riscatto

La regione vive un paradosso: da un lato riceve miliardi di euro tra fondi UE e PNRR, dall’altro resta inchiodata agli ultimi posti in quasi tutti gli indicatori di sviluppo. Il rischio è che le risorse vengano disperse senza lasciare effetti permanenti. 
Intanto, i problemi strutturali si aggravano:

  • ospedali sovraccarichi, con cittadini che rinunciano a curarsi;
  • scuole carenti di tempo pieno, mense e trasporti;
  • ambiente segnato da inquinamento dei mari e carenze idriche;
  • criminalità che approfitta dei vuoti istituzionali.

Di fronte a questo scenario, la Calabria non può permettersi rassegnazione o astensionismo. Serve una rottura con il passato.

Il nodo del reddito di cittadinanza

Tra i principali attacchi rivolti a Tridico c’è la gestione del reddito di cittadinanza, misura da lui sostenuta come presidente INPS. Un provvedimento che, pur approvato da M5S e Lega, è stato poi lasciato indifeso agli attacchi degli stessi partiti che lo avevano votato.
Nelle intenzioni, era uno strumento di sostegno e inclusione sociale. Nei fatti, è stato mal regolamentato e poco controllato. Ma ridurlo a una misura “per fannulloni” è una lettura parziale e strumentale: in quasi tutti i Paesi europei esistono strumenti simili.
Il vero nodo resta la mancanza di politiche serie per l’occupazione stabile e dignitosa.

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Conclusione: la responsabilità del voto

Le elezioni regionali del 5 e 6 ottobre non sono solo una sfida tra candidati, ma un banco di prova per la Calabria.
Chi vuole una regione diversa, chi sogna una politica che rimetta al centro il lavoro, i giovani, i diritti sociali e la legalità, deve esercitare il proprio diritto al voto.
Pasquale Tridico rappresenta oggi l’occasione di una svolta: un candidato affidabile, competente e vicino ai bisogni reali della popolazione.

La Calabria merita riscatto e dignità. E questa è la volta buona per mettere a posto le tessere di un mosaico la cui esecuzione non ha visto mai la parola fine.

Ma non si dimentichi che votare è un dovere e quel mottetto “Io ci sono” deve diventare un impegno collettivo.

TRIDICO, L’UOMO E L’OMBRA

Mentre nel Paese imperversa la retorica dell’uno vale uno la competenza non è un simulacro ma sostanza. Non capita spesso nelle scelte politiche, ma questa volta lo studio, la dedizione, l’esperienza hanno avuto il peso che meritano.

di Ciolo Della Barba  | 05 Settembre 2025

Che Pasquale Tridico sia uomo di valore non vi è dubbio alcuno. Curriculum robusto, titoli accademici, presidenza dell’INPS in tempi non proprio da latte e miele: uno di quei rari casi in cui la competenza non è simulacro, ma sostanza. In un Paese che si regge per lo più sulla retorica dell’ “uno vale uno” egli sembra ricordarci che, ogni tanto, vale anche lo studio, la dedizione, l’esperienza.
Eppure, nel grande gioco delle elezioni regionali calabresi, l’uomo rischia di restare schiacciato sotto l’ombra lunga e ingombrante del Movimento 5 Stelle. Un’ombra che più che proteggere oscura. Da anni, infatti, il Movimento conosce in Calabria lo stesso destino di Sisifo: per quanto spinga in alto la pietra dell’entusiasmo governativo, essa rotola sempre giù nelle urne locali. Un paradosso: forza nazionale in grado di incidere su bilanci e riforme, eppure costantemente marginale nel voto di prossimità, là dove la politica si misura con la quotidianità delle comunità.
Non è un mistero che i pentastellati, abituati a cantare inni di purezza contro il sistema, si siano – tra gli altri veri difetti – rivelati incapaci di tessere quella fitta tela clientelare che, nel Sud, resta ancora la vera valuta di scambio. Qui vale meno un discorso in Parlamento che una stretta di mano al mercato rionale. Ed è in questo cortocircuito che anche candidati validi, come Tridico, rischiano di pagare pegno: non per ciò che sono, ma per ciò che rappresentano.
Il Movimento in Calabria appare come un ospite forestiero: ne conosce la lingua, ma non il dialetto; conosce i principi, ma non le abitudini; conosce i numeri, ma non i volti. Così, anche se la competenza di Tridico fosse lampante come il sole sul Tirreno, essa rischia di svanire nella penombra di un simbolo che qui non scalda, non accende, non conquista.

Eppure è questo il nodo: valutare un uomo per la sua storia o per la bandiera che porta. La politica italiana, da sempre affetta da partigianeria calcistica, preferisce il secondo criterio: poco importa se la maglia veste un campione o un dilettante, ciò che conta è il colore. E se il colore non piace, il giocatore resta in panchina.
Così Tridico si trova oggi a incarnare un paradosso calabrese: l’uomo giusto nel posto sbagliato, o meglio, nell’etichetta sbagliata. Una candidatura che avrebbe potuto accendere un dibattito vero sulla rinascita della regione rischia di trasformarsi nell’ennesimo banco di prova per un Movimento che in terra bruzia non ha mai concretamente attecchito.

Forse non sarà la Calabria a riconoscere Tridico; forse non saranno i voti, e neppure gli annali a salvarne il nome. La vera scaramanzia implica invero le peggiori proiezioni, perché siamo in molti, più di quanto si pensa a sperare stavolta in una solenne cantonata: incalliti pessimisti storici ma in compenso ottimisti congiunturali. Nel frattempo, ci accingiamo all’ennesimo rito elettorale, sapendo già che il verdetto non giudicherà tanto l’uomo, quanto l’ombra che gli cammina accanto.

I BALCONARI

(R.B.)  Non è uno spettatore disinteressato delle umane vicende o qualcuno che in pieno artistico trasporto, a fronte di un panorama mozzafiato medita sui problemi dell’umanità sofferente; né tantomeno un flaneur che vagando, distaccato e senza fretta, cerca di catturare l’anima dei luoghi e le conseguenze provocate dallo shock della modernità, preoccupatissimo di quanto avverrà quando tra poco bisognerà fare i conti con l’intelligenza artificiale. 

No, niente di tutto ciò; il mio è un balconaro lametino – però non è autoctono anzi è estensibile a tutta la regione Calabria – stabilmente in fondo a tutte le graduatorie europee in tema di indicatori economici e sociali. Però, però non mettiamo i cavoli a mazzo, una regione non solo molto più povera, ma la più diseguale inter pares, che paga conti salatissimi per il suo clientelismo radicato nelle viscere e per le grandi amnesie della politica nazionale e regionale.

Non sono qui a piangere lacrime amare ma, senza tema di smentite tutto il contesto della politica nazionale e regionale – se mai ce ne è stata una –  ha prodotto una rassegnazione politica che alla lunga è diventata astensione di massa ed un mantra: nulla cambia, tutto resta uguale.

Queste le attenuanti per il mio calabro balconaro non prevalenti sulle aggravanti: un persistente clientelismo politico basato sul potere di notabili locali e su una logica dello scambio di favori tra politica e malaffare.

Certo non si possono fare di tutte le erbe un fascio e non si può ricondurre tutto al malaffare quando, lo sanno tutti, la politica ha le sue pesanti responsabilità se dal 64% dei votanti nel 2000 si è passati a meno del 45% nel 2021.

 Per la cronaca sia nell’elezione della Santelli che in quella di Occhiuto, il “partito” del non voto ha raggiunto la bella cifra del 56% di non votanti.

Caro mio balconaro lametino, non sentirti tanto in colpa (ma cum grano salis, fallo un esame di coscienza) perché clientelismo e sfiducia sono i virus che affliggono la regione calabrese ed è inutile cospargersi il capo di cenere: il 5 ed il 6 ottobre la vera sfida non è Tridico vs. Occhiuto bensì portare al voto 900 mila calabresi che da anni disertano le urne.

Ciò potrebbe dare un volto nuovo a questa terra martoriata.