LA DEMOCRAZIA NON È UNO SPETTACOLO DA OSSERVARE MA UNA RESPONSABILITÀ DA ABITARE
Abdicare a questo compito significherebbe rinunciare a difendere la polis in un momento particolarmente delicato

Di fronte alla proposta del direttore di fare un articolo che delineasse la mia posizione politico-culturale nei confronti del voto referendario, la prima reazione è stata quella di declinare l’invito con motivazioni serie, fondate e ragionevoli. Il mio approccio infatti, fino ad ora, si è limitato ad approfondire le mie personali ragioni che mi hanno sempre più convinta ad un certo e deciso NO.

 Ma, nel tempo, la richiesta è divenuta una vera e propria provocazione sul piano etico perché mi ha posto di fronte alla domanda circa la responsabilità di ogni cittadino in generale e di ogni cattolico in particolare, di fronte ad una legge che rischia di minare le fondamenta della Costituzione, che non è stata l’opera di un solo schieramento politico ma di una aggregazione trasversale.
 La nostra carta delinea, in modo oserei dire perfetto, il bilanciamento dei poteri che con l’attuale riforma viene spostato verso un sottaciuto, ma invece inevitabile, primato della politica sull’ordine giudiziario. Cosi, come cattolica, mi sento interpellata a prendere posizione e a rispondere in coscienza, come ci hanno insegnato Moro, La Pira, Dossetti – modelli autorevoli nonché testimoni della necessità di un costruttivo e partecipativo impegno dei cattolici nella vita politica- soprattutto in quei momenti in cui l’assetto democratico, sancito dalla Costituzione, rischia di essere messo in discussione.        
A tal proposito Giorgio La Pira diceva con chiarezza profetica che ” la politica è la più alta forma di carità”. Non mobilitarsi a difesa della Costituzione equivale ad una rinuncia alla custodia del bene comune. Don Tonino Bello parlava di una fede che ” non può stare sul balcone della storia”. Nella stessa direzione Papa Francesco, che ha usato un neologismo ” BALCONEAR” per indicare coloro che guardano dall’alto la vita che scorre sotto i loro balconi.
 Io stessa, nell’ultimo articolo scritto su questo giornale, ho chiamato “balconari” coloro che si indignano per le cose che non vanno bene ma non si assumono il rischio di una scelta, che denunciano ma non si impegnano, delegano per lavarsi la coscienza senza però sporcarsi le mani. Il balcone diventa la metafora dello sguardo distaccato, del commento amaro, dell’indignazione sterile.  
In questi giorni è arrivato, per il mondo cattolico, il richiamo del cardinale Matteo Zuppi, presidente della CEI. Senza volerlo tirare dalla talare per farlo schierare in una o nell’altra opzione, tentativo che è stato fatto da molta stampa, voglio rispettarne l’intenzionalità.
Come è stato giustamente chiarito dalla Curia romana, quello di Zuppi è un invito, rivolto soprattutto ai cattolici, ad andare a votare, che richiama però ad un principio dirimente: l’autonomia e l’indipendenza della magistratura come condizioni essenziali per un processo giusto e per l’equilibrio dei poteri: ” C’è un equilibrio tra i poteri della Stato – scrive Zuppi – che i Padri costituenti ci hanno lasciato come preziosa eredità e che è dovere preservare… autonomia e indipendenza sono connotati essenziali per l’esercizio di un processo giusto…
La separazione delle carriere tra pubblici ministeri e giudici e l’assetto del CSM sono temi che, come Pastori e comunità ecclesiale, non ci devono lasciare indifferenti”. Il porporato ha poi invitato tutti i cittadini a partecipare:” In un clima generale di disimpegno, che affiora ogni volta che siamo convocati alle urne, sentiamo l’esigenza di ribadire l’importanza della partecipazione”; ed ha concluso affermando: ” Tutti noi parteciperemo, perché corresponsabili del bene comune del nostro Paese…nella ricerca del massimo consenso possibile attorno a soluzioni di bene”.          
 Questo richiamo interpella la responsabilità e la coscienza soprattutto dei cattolici che negli ultimi anni si sono schierati e mobilitati quasi esclusivamente su questioni etiche come aborto, fine vita e temi bioetici giustamente definiti ” valori non negoziabili”.
Ovviamente questa posizione è corretta e motivata dentro l’orizzonte ermeneutico rappresentato dalla dottrina cristiana garantita dal Magistero della Chiesa. Ma allora qual è, secondo il mio modesto punto di vista, la posizione giusta per un cattolico?
Informarsi, prendere una decisione, andare a votare perché la democrazia non è uno spettacolo da osservare ma una responsabilità da ” abitare”.
Abdicare a questo compito significa, per ogni cittadino, sancire la rinuncia al suo contributo unico per difendere la ” polis” in un momento storico particolarmente delicato.

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