Si è conclusa la tornata delle elezioni regionali 2025 ed è il momento delle riflessioni, non a favore di una parte o dell’altra, ma cercando di comprendere il contesto sociale ed economico di quello che è definito il mondo occidentale, in cui ci troviamo inseriti tutti, consapevoli o no.
Intanto occorre definire il concetto di Occidente in senso geopolitico: non si tratta di un occidente geografico. È piuttosto un Occidente culturale, fatto di una millenaria tradizione di convinzioni religiose, di sistemi di governo, di tradizioni filosofiche e culturali in genere, che almeno da duemilacinquecento anni ha distinto la grecità prima e il mondo governato da Roma poi dai sistemi di governo e dal modo di pensare delle grandi potenze dell’Oriente come l’Impero Persiano e i governi del mondo Mediorientale in genere nel mondo antico. Le poleis greche che, guidate da Atene, sconfissero Dario e poi Serse, sovrani assoluti del grande Impero persiano, avevano già chiara la diversità che le caratterizzava nel modo di interpretare lo stare insieme dei cittadini: la democrazia ateniese rispetto all’assolutismo persiano. È quello che sottolinea Pericle nel 435 a.C. in un famoso discorso agli ateniesi tramandatoci dal grande storico Tucidide: «Qui ad Atene noi facciamo così. Qui il nostro governo favorisce i molti invece dei pochi: e per questo viene chiamato democrazia. Qui ad Atene noi facciamo così. Le leggi qui assicurano una giustizia eguale per tutti nelle loro dispute private, ma noi non ignoriamo mai i meriti dell’eccellenza. […]»
Le religioni politeistiche della società greca prima e romana poi non escludevano ma inglobavano le divinità degli altri popoli. In Grecia e nell’Italia meridionale fiorirono dal VI sec. filosofi che hanno contribuito a fondare una comprensione razionale del mondo e in qualche misura a creare le basi di un metodo scientifico. E quando poi una sensibilità più attenta alle esigenze dello spirito si diffuse nel complesso mondo culturale ellenistico-romano, la spiritualità del cristianesimo nascente si affermò lentamente fino a trovare sostegno, per motivi politici, nell’Imperatore Costantino che convocò a Nicea nel 325 il primo concilio della Chiesa, in cui si formulò quel Credo che ancora oggi i cristiani di tutto il mondo recitano.
L’eredità della religiosità cristiana imbevuta di filosofia greca (S. Agostino e S. Tommaso) e della cultura giuridica romana, estesa gradualmente ai popoli celti, germanici e slavi costituì fino al 1600, al di là delle divisioni in Stati, l’unità culturale e religiosa dell’Europa medievale la cui unità linguistica, per gli uomini di cultura delle Università, continuò a essere il latino medievale.
Questa in estrema sintesi la storia dell’Europa cristiana, spesso unita contro l’espansione musulmana e le invasioni mongoliche.
Il punto di svolta che portò alla superiorità europea nel mondo fu un insieme di fattori:la rivoluzione copernicana che mise in discussione la pretesa della Chiesa di spiegare il mondo secondo la Bibbia, e i giganti del pensiero moderno come Galileo, Cartesio, Kant.
Il mondo del XVI sec.aperto dalle grandi conquiste dell’esplorazione e del commercio con le nuove rotte commerciali, le nuove tecniche di produzione, l’ascesa conseguente di una nuova classe sociale – la borghesia – sfociò nella Rivoluzione americana prima e nella Rivoluzione francese poi: nascevano le prime democrazie costituzionali tese a garantire l’uguaglianza dei cittadini e a limitare il potere dei sovrani o dei governi eletti.
La Carta dell’ONU e gli organismi sovranazionali nati nel secondo dopoguerra dopo due devastanti guerre mondiali e il tentativo di creare un’unità politica europea che impedisse il sorgere di ulteriori guerre europee sono l’eredità di quel pensiero illuministico che si diffuse nella seconda metà del Settecento.
Il sistema ha funzionato fino al crollo del blocco sovietico quando gli equilibri raggiunti sono saltati: se, nella convinzione di una pace certa e definitiva, i commerci, gli scambi finanziari, le risorse tecnologiche, le comunicazioni televisive prima e digitali poi hanno trovato lo spazio per diffondersi e affermarsi in tutto il mondo, è anche vero che le identità nazionali si sono annacquate, che si è formata una élite di capitalisti globali in tutti gli Stati che, per potere e influenza sui governi, per insufficienza di legislazione della stessa ONU, hanno creato imperi globali nei vari settori, sfuggendo al controllo sui propri redditi, con bilanci equivalenti a quelli di piccoli Stati. Gli USA sono il Paese in cui alla ricchezza sconfinata si affianca la povertà di ampi settori della popolazione, e il divario è destinato a crescere. Lo Stato investe nelle tecnologie di punta e nel sistema finanziario che le sostiene e in compenso i grandi manager finanziano e appoggiano i governi. Ma quello che è macroscopico negli USA di Trump è avvenuto anche nella Russia di Putin, nella Cina di Xi Jinping, in India, e in minor misura anche in Europa.
In un precedente articolo, avvalendomi degli studi ormai classici di famosi pensatori, ho sostenuto che il sistema delle comunicazioni modifica il modo di pensare del gruppo sociale che se ne avvale: è stato così per l’invenzione della scrittura presso i Sumeri di Mesopotamia e gli altri popoli vicini; è stato così per l’invenzione della stampa a caratteri mobili. È così oggi per la comunicazione digitale dei computer e dei telefonini, che ha notevolmente ridotto presso le giovani generazioni la lettura dei libri, la comprensione degli scritti anche non troppo complessi, favorendo coi social una comunicazione senza limiti geografici: elementare, banale, spesso basata su emotività e violenza. La politica se ne avvale per trovare facile consenso e ostacola ogni forma di giornalismo indipendente e ogni potere che limiti l’azione di governo. Come è avvenuto in Calabria, il potere trova una legittimità senza ostacoli nella cosiddetta volontà popolare. La realtà è che il partito di maggioranza nelle elezioni, soprattutto regionali, è stato il partito dell’astensione, il partito di chi non ha più fiducia nei partiti e crede che nulla può cambiare indipendentemente da chi governi. La destrutturazione del pensiero, la delegittimazione della scienza, l’uso preferenziale dei social e della comunicazione diretta con la propria base da parte del potere politico favorisce la propaganda al posto della complessità che richiede invece la capacità di affrontare i problemi reali con metodo e onestà intellettuale.
Mi dispiace constatare che anche i partiti di opposizione in Italia, tutto sommato, condividano questa impostazione: c’è un governo di destra e ci siamo noi opposizione di sinistra; non ci interessa capire perché la maggioranza degli italiani non va più a votare, non ci interessano i contenuti su cui discutere; bisogna scegliere tra noi e loro, anche se chi governa in nome di tutti è la maggioranza di una minoranza.





