La partecipazione al voto rappresenta uno degli elementi essenziali di ogni sistema democratico. Non si tratta soltanto di un diritto formale, ma di uno strumento concreto attraverso cui i cittadini esercitano sovranità, incidono sulle scelte collettive e contribuiscono a mantenere vivo il rapporto tra popolo e istituzioni. Quando la partecipazione diminuisce, la democrazia si indebolisce; quando viene scoraggiata o banalizzata, si crea una frattura profonda tra chi governa e chi è governato.
Negli ultimi anni, su temi centrali per la vita delle persone – sicurezza sul lavoro, tutele occupazionali, salari, pensioni, servizi pubblici – si è assistito a un progressivo svuotamento del confronto democratico. In occasione di precedenti consultazioni referendarie, anziché promuovere la partecipazione, esponenti di governo hanno apertamente invitato all’astensione, arrivando a suggerire di “andare al mare”. Un atteggiamento grave e indegno di uno Stato democratico, soprattutto quando il raggiungimento del quorum era condizione necessaria per rendere valido il voto popolare.
Quelle scelte non furono casuali: i quesiti referendari toccavano nodi reali e irrisolti del mondo del lavoro. Oggi, a distanza di tempo, i problemi restano tutti sul tavolo. Si continua a morire sul lavoro; si continua a lavorare restando poveri; milioni di cittadini non riescono a nutrirsi adeguatamente né a curarsi; i giovani, anche quelli più preparati, continuano a lasciare il Paese in cerca di prospettive migliori. Le promesse di interventi risolutivi non si sono tradotte in politiche strutturali.
Sul piano economico e sociale, il costo della vita è cresciuto in modo significativo. I beni alimentari hanno subito aumenti rilevanti, le bollette energetiche ancora di più. Le pensioni e i salari, invece, non hanno tenuto il passo con l’inflazione. Il blocco o la riduzione delle rivalutazioni ha prodotto una perdita consistente del potere d’acquisto, colpendo in modo particolare lavoratori dipendenti e pensionati. Parlare di stabilità dei conti pubblici, in questo contesto, rischia di diventare un esercizio astratto se quella stabilità non si riflette nella vita concreta delle persone.
È vero che alcuni indicatori macroeconomici mostrano segnali di tenuta, ma la domanda centrale resta una: a chi giova questa stabilità? Se i conti tornano solo per banche, assicurazioni e grandi gruppi finanziari, mentre le famiglie faticano sempre di più, allora qualcosa non funziona. Una politica economica equa dovrebbe ridurre le diseguaglianze, non ampliarle. Invece, il divario tra chi ha molto e chi ha poco continua ad aumentare, così come le differenze territoriali tra Nord e Sud del Paese.
In questo quadro già fragile, il dibattito sulle riforme istituzionali assume un peso ancora maggiore. Il referendum previsto per il 22-23 marzo, che non prevede quorum, riguarda una legge di natura costituzionale: la cosiddetta separazione delle carriere dei magistrati. Una riforma che viene presentata come tecnica e necessaria, ma che in realtà incide su uno dei pilastri dello Stato di diritto: l’indipendenza della magistratura e la separazione dei poteri.
La proposta prevede la divisione della magistratura in due ordini distinti: da una parte i giudici requirenti, dall’altra i giudici inquirenti (gli attuali pubblici ministeri), ciascuno con un proprio Consiglio Superiore. Al di sopra, un’Alta Corte comune per i ricorsi. Tuttavia, la composizione di questi organismi è tale da consentire un forte peso delle nomine di origine politica. Il rischio evidente è quello di una magistratura meno autonoma, più esposta all’influenza della maggioranza di turno.
Un pubblico ministero separato dal corpo unitario della magistratura finirebbe inevitabilmente per essere eterodiretto dal potere esecutivo, come accade in altri ordinamenti. Questo non rafforza la giustizia, ma la indebolisce. Lo stesso Ministro della Giustizia ha ammesso che la riforma non migliora il funzionamento del sistema giudiziario. Se non serve a rendere la giustizia più efficiente, più rapida e più giusta, allora è legittimo chiedersi a cosa serva davvero.
Le dichiarazioni di alcuni esponenti di governo chiariscono l’obiettivo politico dell’intervento: limitare quella che viene definita “invadenza” della magistratura nelle scelte dell’esecutivo. Ma in uno Stato di diritto, il controllo di legalità non è un’invasione: è una garanzia. I giudici non devono “remare” nella direzione di chi governa, ma verificare che le leggi e gli atti amministrativi rispettino la Costituzione, il diritto europeo e quello internazionale.
Il disegno complessivo appare ancora più preoccupante se collegato ad altre riforme in cantiere, come il premierato e l’autonomia differenziata. La combinazione di questi interventi rischia di alterare profondamente l’assetto istituzionale della Repubblica parlamentare, concentrando poteri nelle mani di una sola persona e istituzionalizzando le diseguaglianze territoriali e sociali. Non è un caso che modelli di riferimento dichiarati o impliciti siano Paesi in cui l’equilibrio democratico è stato progressivamente eroso.
La Costituzione italiana nasce dall’esperienza drammatica del fascismo e della guerra. I principi di eguaglianza, giustizia e separazione dei poteri sono il frutto dei sacrifici di chi ha lottato per la Liberazione e del lavoro dei Padri costituenti, che seppero tradurre quei sacrifici in norme e valori condivisi. Quella Costituzione va attuata pienamente, non modificata in senso regressivo.
Colpisce, inoltre, l’uso strumentale di singoli errori giudiziari o casi di cronaca per giustificare una riforma punitiva nei confronti dell’intero ordine giudiziario. Gli errori vanno riconosciuti e corretti, ma non possono diventare il pretesto per indebolire l’indipendenza della magistratura nel suo complesso. Sarebbe altrettanto doveroso ricordare il ruolo fondamentale svolto da migliaia di magistrati che, spesso a rischio della propria vita, hanno difeso cittadini e istituzioni contro la criminalità organizzata e le trame eversive.
Di fronte a tutto questo, diventa essenziale promuovere informazione, confronto e partecipazione. I cittadini devono poter comprendere le reali implicazioni delle riforme proposte, senza semplificazioni o propaganda. Per questo è importante organizzare incontri, dibattiti e momenti di approfondimento, anche in collaborazione con altre associazioni e realtà civiche.
Il Presidente della Repubblica ha più volte richiamato tutti alla difesa dei valori democratici, ricordando che la crisi delle istituzioni non si supera svuotandole, ma rafforzandole. Svuotare il ruolo del Parlamento, indebolire la magistratura, concentrare il potere esecutivo significa mettere in discussione l’essenza stessa della democrazia costituzionale.
Per queste ragioni, andare a votare e votare NO assume un significato che va oltre il singolo quesito. È una scelta di difesa della democrazia, dei diritti e dell’equilibrio tra i poteri dello Stato. È un modo per fermare un processo di involuzione istituzionale e riaffermare i principi su cui si fonda la Repubblica.
Partecipare al voto, informarsi e scegliere consapevolmente è un atto di responsabilità civile. La democrazia vive solo se i cittadini la esercitano.





