«Il Signore disse ad Abram: ”Vattene dal tuo paese, dalla tua patria e dalla casa di tuo padre, verso il paese che io ti indicherò […]». Abram allora prese con sé la moglie Sarai, e Lot, figlio di suo fratello, e tutti i beni che avevano acquistato in Carran e si incamminarono verso la terra di Canaan. Da lì Abram e il suo clan si spostarono per una carestia in Egitto e dall’Egitto tornarono nel Negheb fino a Betel, dove Abram aveva posto la prima tenda. Il Signore allora apparve ad Abram e gli disse: «Alla tua discendenza io darò questo paese». (GENESI, 12-15, testo ufficiale CEI, PIEMME 1988)
La terra promessa da Dio ai discendenti di Abramo era, ed è ancora per gli ebrei, la terra abitata in quel tempo da popoli cananei e dai Filistei, da cui il nome che ancora oggi contrassegna quella regione: Palestina. Dopo questo primo patto tra Dio e il popolo eletto, storicamente collocabile intorno al 1850 a.C., seguì una storia affascinante e poco documentata almeno fino al regno di Davide e di Salomone (X sec. aC.), quando i discendenti di Abramo si costituirono come popolo unito con capitale Gerusalemme. Ma dopo Salomone ci furono due regni: il primo fu assoggettato dagli Assiri e il secondo in seguito nel 597 a.C. dai Babilonesi, che deportarono parte del popolo ebreo e distrussero il Tempio di Salomone. In questa prospettiva la storia del popolo ebraico è la storia di un piccolo popolo, in una terra che era da millenni crocevia dei traffici tra l’Asia e il Mediterraneo, contesa da grandi imperi fino alla dominazione romana al tempo di Gesù.
Il centro del culto e dei sacrifici era il Tempio di Gerusalemme, distrutto da Nabucodonosor, ricostruito e infine grandiosamente ampliato da Erode il Grande. È il Tempio in cui si svolge la storia umana di Gesù descritta nei Vangeli, e distrutto poi da Tito, figlio dell’Imperatore Vespasiano, nel 70 d.C.
Dopo un’ultima tragica rivolta ebraica nel 135 d.C., iniziò la Diaspora: la dispersione degli ebrei in tutto il mondo. Un popolo orgoglioso, da secoli assoggettato a potenze straniere che veneravano altre divinità, nella sventura aveva trovato un’unità culturale e religiosa nel richiamo dei Profeti all’antica alleanza tra Yahwèh e i discendenti di Abramo, e nella profezia che un giorno sarebbe giunto un Messia, un altro Davide, che avrebbe riportato Israele all’antica potenza.
È questa fede, sostanziata dai racconti della tradizione, dai tabù della Legge ebraica e dal continuo studio e commento della Toràh, che ha consentito ad un popolo disperso di riconoscersi e distinguersi nel corso di duemila anni. Dell’antico Tempio, centro del culto e dei sacrifici, resta oggi il Muro del pianto, un’opera grandiosa che sostiene il terrapieno di quello che fu il Tempio di Erode e che oggi è la Spianata delle Moschee, uno dei centri religiosi più sacri dell’Islam, in quella Gerusalemme che da millenni è il luogo di culto più importante per i Giudei, i Cristiani, i Musulmani.
Ad Abramo si ricollegano infatti gli Ebrei, i cristiani e i musulmani che si ritengono tutti discendenti da Abramo, anche se poi leggono l’Antico Testamento in chiave diversa: per i Cristiani i Vangeli completano la rivelazione divina e proclamano la Nuova Alleanza col sacrificio di Gesù sulla croce, mentre il Corano è per l’Islam la parola di Allah rivelata da Maometto, l’ultimo dei Profeti. Gli Ebrei, che non riconoscono Cristo come Messia, attendono ancora il Messia che realizzi le antiche profezie. Gli ebrei perseguitati e segregati per i secoli che vanno dal Medioevo al Novecento, fino allo sterminio di massa programmato e realizzato dai nazisti, hanno provocato dopo la seconda guerra mondiale quel bisogno di espiazione, che indusse nel 1947 l’Assemblea generale delle Nazioni Unite ad approvare un piano di partizione della Palestina che prevedeva la costituzione di uno Stato ebraico e di uno Palestinese, offrendo dunque una Patria agli ebrei di tutto il mondo. Così il 14 maggio 1948 fu proclamato lo Stato d’Israele.
Il nuovo Stato non fu riconosciuto dagli Stati arabi della regione che attaccarono Israele con l’intento di spartirsi il territorio. Da allora Israele è stato coinvolto in varie guerre: nel 1956, nel 1967, nel 1973. Guerre tutte vinte e che hanno portato Israele a occupare altri territori, tra cui le Alture del Golan, la striscia di Gaza e tutta la città di Gerusalemme, e di fondare colonie e avamposti militari nella Cisgiordania.
Lo stato di guerra è fin dal 1948 la normalità per Israele, dove è previsto il servizio militare obbligatorio per i ragazzi e le ragazze. Se guardo alla storia millenaria di Israele e alla partizione fatta sulla carta dall’ONU nel 1947, non posso fare a meno di constatare che c’erano tutte le premesse per una futura instabilità della regione. La risoluzione che prevedeva due popoli- due Stati non ha tenuto conto della storia: non è mai esistito uno Stato di Palestina e una tradizione cui richiamarsi, mentre uno Stato ebraico è sempre esistito da millenni, almeno nel cuore degli ebrei di tutto il mondo. Dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023, che ha causato oltre 1.200 vittime e centinaia di rapimenti, la reazione di Israele è stata dura e volta ad estirpare l’attività terroristica dalla Striscia di Gaza una volta per tutte. In verità gli israeliani sono divisi tra quelli che ritengono la distruzione degli insediamenti palestinesi, l’uccisione di bambini e civili innocenti, il blocco degli aiuti umanitari per Gaza, una reazione eccessiva e sproporzionata all’attacco subito. D’altra parte c’è l’ala estremista del governo e la parte ultraortodossa del popolo ebraico che giustifica questo massacro perché Yahwèh, quattromila anni fa, ha promesso quella terra ad Abramo e ai suoi discendenti.
Israele oggi è un Paese diviso tra quelli che si richiamano ai valori liberali del mondo occidentale e coloro che fanno della parola di Yahweh il fondamento dello Stato di diritto.





