L’INDUSTRIA BELLICA È IL MOTORE DELL’ECONOMIA GLOBALE
Basta creare il fantasma: prima il blocco sovietico, poi il terrorismo globale, oggi il cyberattacco. E se il nemico è assente deve essere per forza individuato. Questo è il meccanismo della paranoia.

Si sa che l’industria bellica costituisce uno dei motori più potenti dell’economia globale. Negli ultimi decenni, di fronte a mercati che oscillavano e a cicli economici che si contraevano, il settore militare, florido come sempre, ha mantenuto i suoi ritmi di crescita. Non c’è nessuna crisi che riesca a scalfire quell’idea di sacra necessità che aleggia intorno alle commesse di nuovi caccia, sottomarini, missili ipersonici e di tutto il sofisticato repertorio di “eccellenze” che via via i mercati mettono in campo. In fondo, le armi sono dei prodotti non soggetti a scadenza: rappresentano investimenti che trovano in sé stessi la propria ragione d’essere, anche in assenza di conflitti in corso. A condizione, però, che ci sia dall’altra parte un cattivo su cui si proiettino le nostre paure. 

Ecco il meccanismo della paranoia: se il nemico è assente, deve essere per forza individuato. Se non è palese, se latita, va addirittura costruito unghia per unghia, dente per dente e mostrina per mostrina. La logica del riarmo si alimenta di queste figure d’opposizione: prima il blocco sovietico, poi il terrorismo globale, oggi il cyberattacco, per andare a concludere con il “regime autoritario” di turno da dover sanare al più presto con la classica terapia del bombardamento umanitario. Si tratta spesso di entità fluide, difficili da definire, ma sufficientemente spaventose da giustificare nuovi stanziamenti. La consistenza del nemico è secondaria rispetto alla sua funzione principale: ossia quella di essere riconoscibile come pericolo, tanto quanto basta per tenere in moto la complessità dell’apparato.

Ma l’errore marchiano e fatale consiste nella convinzione diffusa che il riarmo sia una misura preventiva innocente. Prepararsi alla guerra significa più ragionevolmente trovarsi già dentro un quadro bellico, plasmarlo agli effetti. Ogni nuova corsa agli armamenti innesca un gioco al rialzo: un missile in più da una parte produce inevitabilmente un missile in più dall’altra. La deterrenza, proclamata come garanzia di pace, in realtà normalizza l’idea che il conflitto sia imminente, quasi inevitabile. Si tratta di un circolo vizioso che si autoalimenta.

Questa logica aberrante ha come ricaduta un’ondata di panico sociale. Le popolazioni, frastornate da discorsi di emergenza, vivono in uno stato di allerta costante. La paura produce il terreno fertile per accettare ciò che, in condizioni normali, verrebbe respinto. Stanziamenti miliardari per nuove flotte, basi militari in territori già instabili, limitazioni delle libertà individuali in nome della sicurezza. Tutto questo si pone come risposta razionale a un pericolo che spesso manca di un volto concreto.

Il fantasma del “terribilmente altro”, del nemico invisibile, evanescente, ma continuamente evocato, rappresenta la perfetta garanzia dell’industria bellica. In questo triste scenario il conflitto non scoppia: più semplicemente, si insinua. La guerra diviene una condizione permanente, salvaguardata dal linguaggio istituzionale.

Infine anche da qui si comprende come tutte le dinamiche mondiali, una volta accantonato il colore politico, abbiano ormai acquisito quello monotono e pallido dell’economia, sia essa bellica o finanziaria, coi loro folli giri a vuoto, ma in ambo i casi corroborato dal rosso del sangue vero. 

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