Dov’è andata a cacciarsi quella famosa Autonomia Differenziata che la legge Calderoli pareva dover suggellare nella sua definitiva spallata secessionista? Dopo il tripudio, anzi: il “quadripudio”, della raccolta firme relativa al referendum abrogativo, (1.300.000 complessive sulle 500.000 necessarie) pare sia andata ad arenarsi nel vasto limbo delle cose perdute. Dal fronte politico, dopo tanto clamare, non si ode più un fiato. Il termine medesimo “autonomia differenziata”, “federalismo fiscale”, “secessionismo”, “asso pigliatutto”, o comunque lo si voglia declinare, acquisisce ormai i caratteri del trascorso, o che ne so: del non attecchito, del digerito.
Partiamo subito dall’assunto che una tenzone elettorale i cui due schieramenti si trovavano giocoforza a rappresentare rispettivamente il Nord e il Sud di una nazione già squartata di suo, non doveva andare troppo a genio agli alti palazzi. Da qui la sentenza 192 del 14 novembre emessa dalla Corte Costituzionale – sentenza che in concreto, cancellandone 7 punti e riscrivendone in modo “costituzionalmente corretto” altri 5 – ha smantellato la legge Calderoli. Alla sentenza segue la più che opportuna eventualità di stoppare un referendum abrogativo che, a conti fatti, rischierebbe di impegnare un obice per abbattere un moscone: cosa difficile quanto inutile.
A mo’ di piatto epilogo, o “di quel che è fatto capo ha”, si torna pressoché alle ordinarie faccende, e tanto su chi già brindava sul cinghialetto abbattuto, quanto su chi, meridionale accelerazionista, si augurava con un certo piglio compiaciuto che la nave stessa su cui galleggiava colasse a picco nel più breve lasso di tempo, maledicendo porche stelle e invocando castighi divini sulle stirpi maledette, su ambo i personaggi prospera il rassicurante e deterministico detto dei nonni: “quel che non si può è più forte del ferro”.
In effetti la secessione può dirsi per il momento scongiurata, ma diciamo la verità: il suo spirito è sempre presente in noi ed è pronto a scattare a momento opportuno. Si tratta di un elemento fisiologico. Il federalismo ce l’abbiamo nel sangue, vive e prolifica ancora, ha una sua ontologia e un suo carattere: traccia una sua privata psicopatologia della vita quotidiana. Può esplicarsi in miserabili idilli nostrani, come quelli di tribune gerontoiatriche intente a sciropparsi l’abominevole “gioco dei pacchi” per accertarsi polemici e puntualmente indracati, delle modalità di ripartizione adottate dalle trasmissioni nazionale circa i soldi del canone, i famosi “soldi nostri”. O può giungere addirittura, nella sua aberrazione, a benedire l’osso del collo della “vedova scroccona” rea di incassare quella invidiata reversibilità “che paghiamo noi”.
L’autonomia differenziata, in tal senso, non rappresenta che il nostro vizio antropologico mascherato all’ultimo grido: si limita come ogni ritrovato moderno a proporre un vespaio di tanti “ego sum”, a spezzettarci per operare un’insana distinzione appena ricoperta da una mano di meritocrazia.
È davvero penoso constatare come l’esistenza dei singoli debba acquisire senso nell’esclusione.
Oggi in mancanza di un odio legittimato nei confronti delle diversità culturali e di genere, cosa che ad accennarla soltanto esporrebbe alla gogna del pubblico biasimo, ci si rifugia nell’unico odio socialmente lecito: quello verso il povero. Non potendo più apertamente colpire il diverso, si colpisce il disagiato. La povertà continua a rimanere più che una condizione molto spesso acquisita, una colpa senza ma e senza se. Chi non ce la fa diviene automaticamente un fannullone, un parassita, o addirittura un errore statistico da espungere. Così anche la meritocrazia – la cui incomprensione di fondo segue il destino di tutte le parole inflazionate – diviene la formula magica con cui legittimare ogni forma di disuguaglianza. Su tale “cimitero indiano”, citando goffamente Shining, si costruiscono le fondamenta di tutte le varie autonomie differenziate, quelle di oggi e quelle di domani. Viene in mente, ma in un’accezione completamente ribaltata, la parola evangelica: “A chi ha sarà dato, ma a chi non ha sarà tolto anche il poco che ha”.
Tutto ciò si risolve in un meraviglioso gioco di tessere che dalle nazioni conduce al singolo individuo perché, se è vero che l’autonomia si propone di premiare il merito, allora anche in seno alle regioni più meritevoli emergeranno province maggiormente performanti, che chiederanno maggiore autonomia per non essere penalizzate. E poi, a loro volta, i comuni, e poi i quartieri, e infine i singoli cittadini, ognuno con la sua deriva narcisistica e la sua presunzione di merito.
A questo punto dovrebbe risultare chiaro che a soddisfare la nostra sete secessionista non basterebbe neppure la cannonata che falciò in due il visconte dell’omonimo romanzo di Calvino.




