Dalla eversione nera alla eversione imbiancata
La Repubblica democratica e fondata sul lavoro è malata. Dobbiamo salvarla! I Principi ci sono: quelli sanciti dalla nostra costituzione.

Questa è la domanda che ci si pone oggi, con crescente inquietudine. La Costituzione c’è, i suoi principi sono ancora lì, incisi nei primi articoli della nostra legge fondamentale. Ma qualcosa si è spezzato. Quei principi, così nobili e universali, troppo spesso sono stati traditi, inattuati, soffocati da interessi contrari, deformati nei fatti. Ora la Repubblica si trova a vivere una nuova stagione di pericolo, meno appariscente ma forse più insidiosa delle minacce del passato.
Lo scivolamento verso il peggio è palpabile. Sul piano istituzionale si ridisegnano gli assetti, si concentra il potere. Sul piano sociale si assiste a una regressione che riporta indietro i diritti, le tutele, le conquiste. La Repubblica è sottoposta a un lento logoramento, non per colpi violenti e frontali, ma per erosione silenziosa e continua. E stavolta le minacce non arrivano solo da fuori: si annidano dentro le stesse istituzioni che dovrebbero difenderla.
Ripensiamo alle nostre origini. Il 17 marzo 1861 nacque formalmente il Regno d’Italia. Unificò territori, ma non creò una coscienza collettiva. Lo storico Gentile lo ha detto con chiarezza: si fece l’Italia, ma non si fecero gli italiani. E così, quell’unità restò parziale, incompleta, imposta più che condivisa.
Poi arrivò il 2 giugno 1946. L’Italia, uscita da un ventennio di dittatura e da una guerra devastante, si espresse con un referendum storico. Una scheda semplice, ma carica di significato: Repubblica o Monarchia. Scelsero in massa: votarono quasi nove italiani su dieci. Per la prima volta anche le donne andarono alle urne, portando con sé le ferite della guerra, i lutti, i sacrifici, ma anche l’orgoglio di aver contribuito alla Resistenza e alla ricostruzione morale del Paese. Vinse la Repubblica: 12 milioni e 717 mila voti contro 10 milioni e 719 mila per la Monarchia. Un risultato netto. Così nacque la nostra democrazia rappresentativa, fondata sul suffragio universale, sul principio dell’uguaglianza tra cittadini, sull’idea che lo Stato dovesse servire l’interesse comune.
Era la fine di un’epoca. Il fascismo aveva imposto la propria visione totalitaria cancellando il pluralismo, reprimendo il dissenso, perseguitando gli oppositori. Aveva portato il Paese in guerre fallimentari e disumane, e infine alla rovina. Ma dal crollo di quel regime, grazie alla Resistenza, era germogliata la speranza di una nuova Italia. L’Italia della Costituzione, della dignità, della pace.
Il percorso non fu semplice. Gli Alleati non erano favorevoli alla piena autodeterminazione. L’Inghilterra avrebbe voluto mantenere il sistema monarchico, gli Stati Uniti auspicavano un governo controllato, timorosi di un’influenza socialista o comunista. Il contesto geopolitico ci relegò sotto una “sovranità limitata”, come avrebbe intuito più tardi Aldo Moro. E tuttavia, la Costituente riuscì a elaborare quella che ancora oggi viene definita la Costituzione più bella del mondo, non solo per la forma, ma per i valori: giustizia, libertà, uguaglianza, solidarietà.
Ma subito cominciarono le resistenze. La nuova Repubblica suscitò l’ostilità di tre blocchi principali: i poteri economici (agrari e industriali), timorosi delle riforme sociali e dell’avanzata delle masse popolari; le gerarchie ecclesiastiche, legate a un ruolo di conservazione e controllo; e infine un blocco ideologico antisociale, antisindacale, antidemocratico, che fin dall’inizio tentò di ostacolare il passaggio da sudditi a cittadini.
Questi settori ostili si coagularono in forme anche eversive. Già nel 1947, a Portella della Ginestra, la Festa dei Lavoratori fu insanguinata dalla banda di Salvatore Giuliano su mandato di poteri oscuri, con la connivenza o il silenzio dello Stato. Seguirono gli eccidi in Calabria, le sparizioni come quella di Placido Rizzotto, le intimidazioni ai sindacalisti. Il sangue versato fu tanto, e la giustizia spesso latitò.
Poi vennero gli “anni di piombo”, tra il 1969 e il 1980. Le stragi si moltiplicarono: Piazza Fontana, l’Italicus, Bologna, Gioia Tauro. Tutte con la regia di ambienti eversivi, legati a organizzazioni massoniche, fasciste, mafiose, talvolta coperte da apparati dello Stato deviati. La loggia P2 rappresenta il volto più visibile di queste trame oscure. La finalità? Impedire l’attuazione della Costituzione, arrestare il progresso sociale, soffocare le energie popolari che chiedevano diritti, giustizia, uguaglianza.
Ma il popolo italiano resistette. Le piazze si riempirono dopo ogni attentato. I sindacati, i partiti, i comitati civici difesero le istituzioni repubblicane. Nonostante tutto, molti diritti furono conquistati: nella scuola, nella sanità, nei diritti civili, nella parità di genere. Ma molto restò incompiuto. E soprattutto, quegli attentati lasciarono una ferita profonda nella coscienza collettiva, indebolendo la partecipazione e la fiducia.
Molti caddero, vittime del dovere, dell’impegno civile, della lotta per la giustizia: sindacalisti, magistrati, giornalisti, amministratori, carabinieri, poliziotti. Da Peppino Impastato a Giuseppe Valarioti, da Piersanti Mattarella a Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Una lunga scia di sangue.

E oggi? Oggi le minacce han cambiato la forma, ma non sostanza. Non più bombe nelle piazze, ma riforme istituzionali che mirano a scardinare la struttura parlamentare, a concentrare il potere esecutivo, a limitare il pluralismo politico. A questa nuova fase si può dare un nome: “eversione imbiancata”. Sembra pulita, legale, legittima, ma è altrettanto pericolosa.
Oggi i cittadini si allontanano dalle urne. La partecipazione crolla. Sindaci e Presidenti di Regione vengono eletti con il 35% dei votanti. Il Governo nazionale attuale è sostenuto da poco più del 20% del corpo elettorale. Eppure si propone di riformare in profondità la Costituzione, alterando l’equilibrio tra i poteri, mettendo a rischio l’uguaglianza dei cittadini.
È il momento di reagire. Non possiamo permettere che le diseguaglianze si trasformino in principi costituzionali. Non possiamo cedere al cinismo, al disinteresse, al fatalismo. La Costituzione, con i suoi 12 Principi fondamentali, è ancora lì. È una bussola, un faro. Ma va difesa, attuata, vissuta. Altrimenti diventa carta bianca. Oggi più che mai, serve memoria, consapevolezza, impegno. Perché la Repubblica non è un dato acquisito per sempre. È una conquista da rinnovare ogni giorno.
Scrivo ciò perché le tre riforme proposte hanno finalità eversive.
Se venissero approvate non saremmo più in una Repubblica parlamentare con la separazione dei poteri e con cittadini considerati tutti uguali. Ma, una cosa è poterle contrastare in nome di una Costituzione (art.3) un’altra è trovarle costituzionalmente “istituzionalizzate”.

  1. L’Autonomia differenziata provocherà proprio questo, tra gruppi sociali e territori.
  2. La separazione delle carriere dei giudici tenderà a portare il Pubblico ministero sotto le disposizioni governative, ministeriali, dettando quando e quali retai perseguire. Questo Governo ci sta provando già. Parlando di sicurezza inventa nuovi reati a ripetizione che colpiscono i disagi e i dissensi invece di risolverne le cause. Nel contempo ne ha cancellati alcuni che servivano a contrastare il malaffare nella Pubblica Amministrazione.
  3. Il Premierato di suo scompagina la “Separazione dei Poteri”, svuota le Funzioni del Presidente della Repubblica e quelle del Parlamento, concentra il potere nelle mani di una Persona.

Nessun si illuda che non potrebbe accadere di trovarsi una forma istituzionale di un Governo di “aggiornato autoritarismo”.

Quale rimedio? Partecipare recandosi a votare al Referendum dell’ 8 e del 9 Giugno.